14-12-2008

Fu decisamente inevitabile che sul viso si stampasse un sorrisino – sarcastico o di ignara ammirazione – quando una bizzarra vecchia si avvicinò al tavolo e, con voce sicura, sussurrò: «Verrà a piovere».
Eppure, il cielo era sereno con il caldo insopportabile dei giorni estivi a offuscarti la mente. Piovere? E da dove sarebbe dovuta cadere quest’acqua, se di nuvole si era orfani?
Lei non volle sentir ragioni e ribadì la sua certezza. Tant’è che l’avvalorò con un laconico «anche il meteo l’aveva detto stamattina».

Avrà avuto più di settant’anni – i capelli bianchi raccolti a malomodo – e non sembrava soffrire il caldo con quella giacca che copriva il corpo minuto e curvo. Ai piedi, rigorosamente riparati da fitte calze di cotone, delle pantofole rosa-sporco del vissuto. Ma non fu sempre così trascurata. Quasi a volersi scusare di quell’aspetto che quel pomeriggio di un sabato di luglio ci mostrava, dalla tasca interna della giacca blu tirò immediatamente fuori una foto in bianco e nero.
«Vedi come ero bella. Vedi che bella signorina ero», ripetè mostrando quella foto ingiallita e usurata dal tempo, come lei. La tenne stretta in mano, quasi per una maniacale gelosia, preoccupata che altre mani potessero sciupare quella beltà.
La ripose velocemente così come l’aveva tirata fuori. Subito, però, ne spuntò un’altra: il padre, altro bell’uomo – disse. Che a 23 anni era fra i soldati arruolati per il primo conflitto mondiale. «E mia mamma, poi… lei si che era davvero bella», raccontò stavolta senza l’ausilio del supporto fotografico, quasi quell’immagine dovesse restare solo sua.
A noi, d’altronde, bastava sapere che era bella; che tutte le persone che la circondavano erano belle. E ricche.
No, no.. Non era così come la si vedeva quel giorno. La nostra vecchina nata al Vomero, a Napoli, era una donna vissuta fra le ricchezze di imprenditor e poeti.
Io la fissai a lungo, ascoltavo le sue parole. Quei racconti senza filo logico - per me assai reali – che snocciolavano numeri, indirizzi, città ormai lasciate, e gli aneddoti assurdi, e i nomi, tanti nomi. Improvvisamente sembrava di ritrovarsi – come un minuscolo omino poco più alto di una lettera stampata – sul tappeto di pagine di Marquez e dei suoi cent’anni di solitudine.
Tirò avanti il suo racconto, sempre più ricco, sempre più vero e anche quello bello da guardare. A tratti, però, sembrava che la ragione prendesse il sopravvento. Cessò di botto con le sue storie e quasi ci ammonì: «Verrà a piovere. L’ha detto anche il meteo». Basta con questa pioggia, mi ripetevo: io rapito da quell’anziana donna avvolta da una strana luce colorata che si sprigionava dal minuto corpo vestito di tristezza.
Al tavolo del bar da una mano amica furono poggiati tre caffè e un tanto amato succo d’arancia rossa.
Ma il caffè può attendere perché non smisero per un istante di venir fuori dalla bocca di quella donna altre storie senza senso, altre parole piene di senso.
Come uno sciocco, arrestai quell’onda.
- «Signora, vuole un caffè?», chiesi.
- «No, grazie davvero per la vostra squisitezza e generosità. Ma io devo andare. Fra poco verrà a piovere. Io quando vedo le nuvole ho sempre paura che venga a piovere».
Io non vedevo nessuna nuvola.
Si allontanò da noi in maniera così graziosa che tornò quel sorrisino ad aprirmi le labbra.
Passarono pochi istanti, necessari a chiudere la mia sigaretta, che la prima goccia arrivò a bagnare il tavolo. Mi girai di scatto. La nonnina, però, era scomparsa.
Pochi minuti e un vero e proprio acquazzone squarciò quella calura. Noi, al riparo grazie all’ospitalità della gente del bistrot, fissavamo increduli l’onda di maltempo che avvolgeva la città. Cercai con lo sguardo il cameriere, poi chiesi: «Ma tu l’hai vista quella vecchina che si è fermata al nostro tavolo?».
Non so perché, ma credo ancora che non fosse mai davvero esistita.

(da un racconto estivo)

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